Introduzione e presentazione.

Già nel nome era segnato il destino.

Alarico, il cui significato è " Il Re di tutti " nasce nel 370 d.C. dalla nobile stirpe dei Balti
( in quel di Perice - Romania - ).

La comunità dei Balti, insieme a quella degli Amali, era la più importante, nel variegato universo di tribù che componevano la stirpe di origine celtica che nel corso dei secoli erano migrati dalla regione scandinava fino alle pianure dell'Ucraina.

I tratti somatici ( biondo-rossicci, occhi chiari, corporatura atletica), provano, oltre alle affermazioni fatte da Pitea di Marsiglia , senza ombra di dubbio la loro origine celtica.

Erano infatti molto dissimili dalle popolazioni di origine mongola, anch'esse spinte da flussi migratori, dalle steppe asiatiche della Mongolia e dell'Anatolia verso le ricche piane dell'Ucraina ed il delta del Danubio.

Alarico nato principe è destinato a diventare Re.

Possiamo immaginarlo fanciullo, lanciato a cavallo sulle sponde del Danubio, fiume grande e maestoso che segnerà la sua infanzia, cosi come segnerà la sua storia, il suo mito, un altro fiume, piccolo, anzi piccolissimo, poco più di un ruscello in estate e di un torrente in inverno.
Nato alla confluenza del delta danubiano, morirà alla confluenza di due piccoli fiumiciattoli.

Eliminiamo subito un grosso equivoco:

Alarico NON è sepolto alla confluenza del Crati col Busento.

Ed allora perchè da secoli questa versione viene accettata da tanti ( troppi ) ed ha, nel corso dei secoli, spinto tanti ricercatori professionisti ed improvvisati a cercare il suo sepolcro ed il suo tesoro nel posto sbagliato ?

Il mito o, la colpa, è da attribuirsi ad un poeta tedesco August Graf von Platen , che scrisse una splendida ballata utilizzando le fonti storiche da esso conosciute, ma dette fonti contenevano alcuni piccoli errori perfettamente comprensibili, che hanno fatto si che dalla poesia originaria sia nata, nell'immaginario collettivo, le certezza della dislocazione della tomba e del tesoro. Ed ancora di più: la ballata su Alarico di von Platen fu ripresa e magistralmente tradotta dal Carducci , che elegiacamente descrive lo sconforto dei Goti per la morte del loro condottiero ed avalla la circostanza della sepoltura alla confluenza del Crati col Busento. Anche questa poesia che godè di rinomanza mondiale è servita a radicare nell'immaginario collettivo il concetto, creduto vero in tutta onestà, della collocazione della tomba ma:

Alarico NON è sepolto dove si è sempre creduto.

Anche da parte nostra si è voluto accettare, ma solo a titolo letterale, il concetto collettivo della sepoltura nel letto del fiume ed a questo proposito abbiamo fatto tradurre " La tomba nel Busento " del Carducci dall'italiano all'inglese ma, ripetiamo, si è trattato solo di un omaggio ad

Alaricus Rex Gothorum

Scopo di questo sito è quello di raccogliere adesioni in tutta la rete di tutti coloro che nella vita hanno un sogno: ritrovare il sepolcro di Alarico e il suo tesoro che noi sappiamo con certezza ove effettivamente sia. Non per il semplice gusto della scoperta, ma per l'affermazione che la vita può essere ricca di sogni che, se adeguatamente coltivati e perseguiti, finiscono per trasformarsi in realtà.

" ..........Oh. che bazza sarà per Cosenza il rinvenimento della tomba di Alarico ! Come Gerusalemme, come la Mecca, la nostra città sarà allora la meta non solo di tutta la razza germanica che vorrà onorare il giovine eroe, ma di tutti gli eruditi del mondo che studieranno i tesori di Roma imperiale.........................."
J.V.Widmann - 1904 -

La ricerca è partita da lontano, sono stati esaminati centinaia di documenti e fonti storiche per scoprire quello che da sempre è stato sotto gli occhi di tutti, celato alla vista ma non alla mente. Da sempre, dall'epoca della sua sepoltura, il sepolcro di Alarico è alla vista di tutti ma sottratto a mani rapaci che mai hanno violato la sua tomba. Alaricus Rex Gothorum riposa ancora sul suo destriero, la spada in mano, cosi come fu calato nel suo sepolcro 1600 anni or sono; ricoperto di oro fino e con accanto i tesori di Roma imperiale, aspetta che i sognatori come noi, come te che stai leggendo, riescano ad avviare una campagna di scavi, per tornare alla luce e continuare a cavalcare alla testa dei Goti in imprese militari millenarie.

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Abbiamo il piacere e l'onore per primi di mostrare a tutta la comunità mondiale il sensazionale ritrovamento di alcuni graffiti all'interno di una delle grotte che secondo la leggenda dei luoghi custodirebbe il tesoro di Alarico.
Come si evince dalla foto i graffiti raffigurerebbero il sacro candelabro degli Ebrei, la Menorah, e un simbolo massonico che raffigura una squadra e un compasso.
La scoperta è stata fatta di recente dai responsabili e curatori del sito nel corso di una escursione.
Continuate a visitarci, ci sono altre novità...

Il gioco in età post imperiale

Molti storici, nei loro studi, hanno rivelato che già nelle civiltà antiche esistevano il gioco e le scommesse. Ciò accadeva anche nella Roma post-imperiale, al momento della discesa di Alarico.
Sicuramente non si giocava a blackjack o a poker, ma molti giochi di quel tempo sono praticati anche oggigiorno.

Al tempo, se si entrava in un’osteria o una locanda, con tutta probabilità si poteva notare delle persone gesticolare animatamente, come se litigassero. In realtà, avvicinandosi, si capiva che l’atmosfera era distesa e le persone stavano giocando alla morra, chiamata all’epoca micatio. Ad ogni modo colpisce che questo gioco a noi familiare ci fosse già in quell’epoca. E’ come un reperto archeologico.

La morra era uno dei giochi tollerati. Infatti, ad eccezione del periodo dei Saturnali (il nostro Carnevale), era vietato giocare, ed erano accettate solo le scommesse (sponsiones, ma solo al Circo Massimo e al Colosseo) e nel caso si veniva scoperti a giocare, bisognava pagare una multa pari a quattro volte la puntata. Ad ogni modo, già dal periodo degli Antonini (II sec. dopo Cristo) il gioco iniziò ad essere accettato.

Si giocava anche a navia aut capita, il nostro testa o croce. Si chiamava in quel modo perché le monete avevano sui due lati la prua di una galea e la testa di Ciano bifronte. Ovviamente con il tempo le monete sono cambiate ma l’espressione è rimasta.

Un altro gioco, tutt’ora praticato, è il pari e dispari, chiamato nell’antica Roma “par impar”. Bisognava all’epoca indovinare il numero di pietroline che l’antagonista aveva nascosto in mano.

Le osterie e le locande, i casino di allora, avevano dei retrobottega dove si giocava ai dadi (tesserae). Si possono immaginare questi retrobottega come gli attuali retro bar o quelle salette che si vedono nei film dove si gioca a poker.

In conclusione, la febbre del gioco attanagliava gia’ i Romani, e si narra che lo stesso imperatore Augusto abbia perso 200.000 sesterzi (circa 400.000 euro!).




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